Dal diario di produzione

Perché Aragorn.
E perché le Dolomiti.

di Alberto Chinellato

C’è una domanda che mi viene fatta spesso, da quando Strider’s Tale ha iniziato a prendere forma.

“Ma perché proprio Aragorn?”

La risposta più onesta che posso dare è questa: non ho scelto Aragorn. L’ho incontrato camminando.

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Sono anni che frequento le montagne del Veneto. Il Passo San Pellegrino, il Cansiglio, i boschi intorno a Falcade e Caviola. Li conosco in tutte le stagioni — con la neve, con la nebbia bassa di ottobre, con quella luce piatta di luglio che trasforma i pascoli in qualcosa di irreale.

E da anni, camminando su quei sentieri, mi capitava di pensare la stessa cosa: qui ci vorrebbe un ramingo.

Non è una metafora. Intendo proprio questo: guardavo un bosco, un passo tra le rocce, una radura nebbiosa all’alba, e vedevo già la scena. La figura solitaria con il mantello, la mano sull’elsa della spada, gli occhi che scrutano l’orizzonte. Le Dolomiti non assomigliano alla Nuova Zelanda di Peter Jackson — sono qualcosa di diverso, più selvatico, meno addomesticato. E proprio per questo, almeno nella mia testa, erano perfette.

Per cinque anni, prima di girare una sola scena, ho costruito mentalmente questo film camminando. Ogni location che vedevo diventava un'inquadratura. Ogni alba in quota diventava una sequenza.

Strider’s Tale non è nato in una sala montaggio o davanti a uno schermo — è nato su quei sentieri, un passo dopo l’altro.

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E Aragorn? Perché proprio lui?

Chi ha letto il Signore degli Anelli sa che c’è una storia che i film di Jackson non hanno mai raccontato. È nelle Appendici — quelle pagine dense e preziose che Tolkien ha lasciato in fondo al volume, come una porta socchiusa su un mondo più vasto.

È la storia di Aragorn da giovane. Di Estel, il ragazzo cresciuto a Gran Burrone senza sapere chi fosse davvero. Del giorno in cui Elrond gli ha rivelato la sua vera identità e il peso che portava con sé. Degli anni che ha trascorso come Ramingo nelle terre selvagge, a proteggere genti che non sapevano nemmeno della sua esistenza.

È una storia di sacrificio silenzioso. Di visione a lungo termine. Di qualcuno che fa la cosa giusta senza aspettarsi riconoscimento.

Nessun film l’ha mai raccontata. Nessun fan film, nel mondo, l’ha mai portata su schermo in modo serio. E in Italia non esisteva ancora nulla di simile — nessun progetto fantasy di questo livello, nessuno che avesse mai pensato di portare la Terra di Mezzo tra le nostre montagne.

Quella combinazione — una storia inedita, paesaggi straordinari e inesplorati, un’assenza tutta italiana da colmare — era troppo precisa per ignorarla.

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QUINDI, ECCOCI QUI.

A metà delle riprese, con una crew di circa trenta persone che lavorano nei weekend per pura passione. Con costumi costruiti a mano, coreografie di combattimento studiate per mesi, effetti visivi sviluppati da qualcuno che di giorno fa altro e di notte insegue questa visione insieme a me.

Con Falcade e Caviola e il Cansiglio che per la prima volta nella loro storia stanno diventando un set cinematografico.

Non lo notano ancora, i comuni dove abbiamo girato. Non sanno che ci siamo stati. Ma un giorno, quando il film sarà finito, potranno dire che lì è stato girato qualcosa.

E questo, per me, vale già tutto.

Strider’s Tale è un mediometraggio fantasy no-profit prodotto da Altercut, attualmente in produzione nelle Dolomiti e nei boschi del Veneto. Per seguire il progetto o candidarti come attore o comparsa: striderstale.it

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